"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Champignon dagli occhi a mandorla

di Stefano Rossini

La Fungar è un’azienda di Coriano specializzata nella coltura di funghi. Al suo interno lavorano numerosi extracomunitari. La maggior parte provenienti dalla Cina. Loredana Alberti è, insieme a Maddalena Zortea e ai rispettivi mariti, la proprietaria di questa attività.

Quanti sono i lavoratori non italiani all’interno della vostra azienda e come e perché avete cominciato ad assumerli?

“L’espansione della nostra azienda è cominciata nel 1998. All’inizio i nostri dipendenti erano tutti italiani. Erano donne che per anni avevano lavorato nel settore alberghiero e ora cercavano qualcosa di meno stancante. Molte, però, nel giro di pochi anni sono andate in pensione. Abbiamo allora cominciato a rivolgerci alle giovani. Ma non è stato facile trovare delle dipendenti. Questo è un lavoro stagionale, ma nell’arco di tutto l’anno. In pratica il lavoro segue l’andamento dei funghi. Se ne crescono tanti si lavora tanto, altrimenti un po’ più a singhiozzo. Nei periodi buoni si lavora anche il sabato mattina e molte ragazze, che già dal venerdì cominciano ad andare in discoteca, non erano interessate.

Poi un amico, che lavora in un ristorante, mi ha detto che aveva assunto delle ragazze cinesi e che erano molto brave. Così, gli ho domandato se per caso poteva chiedere loro di spargere la voce che anche io cercavo. E’ cominciata così, col passaparola. Ora, nel 2010, la nostra azienda ha 65 dipendenti, e solo 10 di questi sono italiani!”

Negli anni i lavoratori sono cambiati o sono rimasti gli stessi?

“Abbiamo dei dipendenti che sono ancora tra i primi assunti. Ma ci sono stati anche molti cambiamenti. Soprattutto le donne, che spesso decidono di mettersi in proprio ed aprire un negozio o dei banchi al mercato”.

Quanto prende, in media, un lavoratore da voi?

“In un primo anno guadagna circa dai 10 ai 12 mila euro. Poi, con l’esperienza, nel corso degli anni lo stipendio aumenta. Inoltre, come ho detto, è un lavoro che non ha una cadenza fissa, per cui anche il reddito varia”.

Avete avuto problemi con i lavoratori stranieri?

“No. L’unico vero problema, soprattutto all’inizio è stato quello della comunicazione. Avere a che fare con persone che non parlano una parola della tua lingua è difficile. Per questo, da anni, organizziamo all’interno dell’azienda corsi di italiano per tutti i dipendenti. I giorni del corso il lavoro termina un po’ prima. L’anno scorso, poi, insieme all’ARCI abbiamo fatto un corso sulla Costituzione italiana, sul diritto sanitario, il lavoro e tutte le informazioni che potevano essere utili per un lavoratore straniero. Cerchiamo di essere vicini ai nostri dipendenti, anche aiutandoli per il disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno o per la maternità.

Un altro problema, qualche volta, può essere nel rapporto familiare. Noi abbiamo una politica: cerchiamo di instaurare un rapporto col lavoratore, e solo con lui. E’ capitato che uomini marocchini, mariti di donne che lavoravano qui da noi, volessero venire a riscuotere per loro. A questi abbiamo sempre risposto no. Dev’essere il lavoratore a parlare con me, per qualsiasi cosa, non un suo parente”.

Per tornare al discorso di prima, per trovare lavoratori stranieri il metodo migliore è il passaparola?

“Per la comunità cinese ha funzionato molto bene. E’ ovvio che segnalazione non significa assunzione. Quando possibile assumiamo i parenti di chi già lavora qui, anche per semplificare la vita di chi si deve spostare in macchina, e magari fa un viaggio e non due, ma è ovvio che bisogna conoscere il lavoratore, prima. Da alcuni anni, poi siamo anche in contatto con Shi Shiomien, cittadina italiana originaria di Taiwan, mediatrice culturale e presidente dell’Associazione Arcobaleno, che ci aiuta nei rapporti con la comunità cinese”.

Con la crisi di questi ultimi due anni, sono tornati anche dipendenti italiani?

“Sì, ma sono arrivati tardi. Molti riminesi hanno preferito fare la stagione e poi sono venuti a chiedere lavoro. Purtroppo per loro, però, la comunità cinese si è mossa prima. Ma non sono state tutte rose e fiori. Il periodo è duro, mi arrivano anche 50 persone al mese a chiedere lavoro, e ovviamente non posso esaudire le richieste di tutti!”.

 

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