"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Casa, (agro)dolce

di Alessandra Leardini

Dopo il lavoro, la casa. E’ questo il triste epilogo che nell’anno appena trascorso ha interessato molti riminesi. Dopo la perdita del lavoro anche il focolare domestico si trasforma in un incubo per quanti non riescono più a permettersi l’affitto di prima. Certo, non è un problema solo locale. In un Paese dove appena il 10% delle famiglie, possiede più della metà della ricchezza e in cui la crisi economica sta incrementando i numeri dei “nuovi poveri”, stupiscono in modo particolare i dati di una ricerca condotta a livello europeo sulla diffusione di nove diversi sintomi di povertà. Se si considera la privazione materiale, dal 2010 al 2011 si è passati, in Italia, dal 16% di persone colpite al 22,2% (dal 10 al 13% al Nord). Il numero di chi è in difficoltà con il pagamento delle bollette è salito dal 12 al 14,2%, quello di chi non riesce a scaldare adeguatamente la casa dall’11,2 al 18% (dal 4,8 al 10,3% al Nord).

Senza dimora

Il dramma non risparmia Rimini. Stando alle parole della responsabile dell’Osservatorio sulle povertà della Caritas diocesana, Isabella Mancino, sono 1.450 le persone che nei primi nove mesi del 2012, hanno dichiarato di essere senza dimora contro le 1.290 dell’anno precedente, con un aumento superiore al 12%. Ogni notte dormono nei parchi, sotto i ponti, in spiaggia e in altri rifugi di fortuna, circa 200 persone. Le donne sono sempre più numerose, 28 su 100. Gli uomini sono 1.042: per il 70% stranieri, in prevalenza rumeni e nord africani. Per la maggior parte si tratta di celibi, separati o divorziati. E non si tratta solo di gente di passaggio: tra i senza dimora, registrati dalla Caritas riminese, 107 hanno residenza stabile sul nostro territorio: 45 sono italiani e 61 stranieri. “Nel 2011 – spiega Mancino – abbiamo aperto un confronto con Caritas parrocchiali, istituzioni pubbliche, Acer, sindacati e altre realtà di accoglienza (Papa Giovanni XXIII, Mensa dei Frati e Banco di Solidarietà). Ne è derivato un quadro dove l’innalzamento dell’Imu sulle case sfitte (circa 15mila nel comune di Rimini, 29mila a livello provinciale) non è bastato ad abbassare i canoni che si attestano su una media di 600 euro”.

Sfratti: Rimini ai primi posti in Italia

Sugli sfratti lanciano l’allarme i sindacati riminesi degli inquilini. Nel 2012, ricorda Andrea Buttafuoco del Sunia, le richieste presentate all’ufficiale giudiziario sono salite a 949 a livello provinciale, contro le 768 del 2011 e le 753 del 2010. Quasi 200 gli interventi eseguiti contro le 163 del 2011 e le 146 del 2010. Urgenti, a detta di Sunia, Sicet e Uniat, politiche più mirate da parte delle amministrazioni comunali. “Tutto quello che è stato fatto fino adesso non dà più risposte – dice Buttafuoco –. Occorre ripensare le politiche. Per anni siamo andati avanti con i contributi per l’affitto e il rinvio per lo sfratto. Ci vuole dell’altro”. Per il 2013 i tre sindacati sono riusciti ad ottenere il ripristino del fondo affitti che nel 2012 era stato annullato “sperando che ci diano qualcosa in più degli ultimi anni quando – porta un esempio Buttafuoco – 50 euro a famiglia erano praticamente soldi buttati al vento”. Ma va incentivato soprattutto il canone concordato che contribuirebbe ad abbassare l’affitto del 20-25%. “Non solo i canoni non sono scesi – prosegue il responsabile di Sunia Rimini – ma gli inquilini si trovano a dover dare più garanzie al proprietario: con il primo mese in acconto, le tre mensilità di deposito cauzionale e una fideiussione bancaria di minimo un’annualità, si capisce bene il peso di questi costi aggiuntivi”.

Dall’altra parte, le associazioni dei proprietari minimizzano i toni allarmistici. Secondo l’Avv. Alberto Fabbri, consigliere provinciale di Confedilizia, “nell’ambito di una medesima procedura vengono effettuate più richieste di esecuzione. L’aumento va letto come una maggiore burocrazia e un maggiore onere di costi a carico dei proprietari. Dunque non bisogna prorogare gli sfratti ma renderli più celeri”. E a chi denuncia canoni troppo elevati replica: “Il vero problema è lo scarso o inesistente reddito dell’inquilino. Poniamo un canone di 700 euro mensili, quindi un incasso complessivo da parte del proprietario di 8.400 l’anno. Da questa cifra bisogna detrarre tutta una serie di spese: dalla cedolare secca (di 1764 euro l’anno) all’Imu (1700 euro); dalle spese di manutenzione (una media di 1500 euro) a quelle per consulenze professionali, spese condominiali a carico del proprietario (altri 500 euro), ecc. Alla fine resta al proprietario un reddito netto di 2.700 euro, equivalente a un canone netto mensile di 200 euro”.

PROBLEMA… COMUNE

Resta la necessità di interventi mirati da parte dei Comuni in un contesto di risorse e trasferimenti sempre più deboli da Stato e Regioni. A Rimini le domande per i contributi sugli affitti sono passate, in dieci anni, da 807 (accolte 706) a 2.125 (1.976 soddisfatte). Nell’ultimo anno, con il venir meno del fondo regionale, la giunta riminese ha optato per interventi più vari in sostituzione al classico fondo. Alcuni di questi hanno comportato la presa in carico anche di persone e famiglie non in carico ai Servizi sociali con 86 contributi stanziati (per un totale di 110.268 euro), il 60% dei quali in sostegno al pagamento dell’affitto. Da luglio a dicembre sono 29 i contributi erogati contro il disagio abitativo (per un ammontare complessivo di 27.446 euro) mentre è stato prorogato al 15 gennaio 2013 il termine per le richieste d’aiuto da parte di famiglie in condizioni di disagio economico con figli minori di 18 anni. A Santarcangelo, per fare un altro esempio, il Comune ha scelto di mantenere il fondo contro il caro-affitti, che ammonta a 60mila euro complessivi, riducendo il limite ISEE in modo da assegnare un contributo maggiore alle famiglie più in difficoltà (10.000 euro anziché 17.000) e incrementandolo a 13.000 euro per le famiglie con tre o più figli o con presenza di anziani o disabili. Nel 2011 256 famiglie hanno ricevuto i fondi (di 153.927 euro lo stanziamento complessivo) mentre nel 2010 le richieste erano state 239. A Cattolica sono 200 le famiglie in lista per problemi abitativi allo sportello sociale del Comune, in linea con i numeri dell’anno scorso.

ACER, ORIZZONTE INCERTO

Sono 2300 le persone o famiglie che hanno fatto domanda, in questa provincia, per un alloggio popolare. Il numero è in aumento così come le richieste di rateizzazione del pagamento del canone e quelle per l’inserimento nell’alloggio di figli o parenti rimasti senza casa. “Noi potremmo dare molti più alloggi ERP se la Regione correggesse un errore gravissimo: dal secondo anno in cui si è in casa – spiega il presidente provinciale di Acer Cesare Mangianti – l’Isee richiesta non deve superare i 51mila euro: una cifra troppo alta”. Chi entra in una casa popolare non esce più. Il turn over è di appena il 3% e tra i beneficiari non mancano i furbetti: 59 quelli individuati solo quest’anno. “Altri 35 sono recidivi” avverte Mangianti. Le prospettive, stando ai pochi alloggi in via di consegna (135 nel 2013, 63 nel 2014 e appena 27 nel 2015) non sono delle migliori.

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