Bolkestein e concessioni balneari: “Basta gestire spiagge come beni privati. Occorre cambio di mentalità”

di Simone Santini

Direttiva Bolkestein, concessioni prima prorogate dal Governo italiano, poi bloccate perché ritenute illegittime. E infine la procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea all’Italia proprio per quella proroga. Un tira e molla che va avanti ormai da quasi un decennio. Ma al di là delle questioni politiche e/o tecniche, è puro buonsenso affermare che le spiagge, in quanto bene pubblico, debbano essere affidate dallo Stato a chi possa valorizzarle al meglio. La domanda da porsi, dunque, sarebbe: come valorizzare questo bene al meglio, in un’ottica pubblica e collettiva? E dall’altro lato: cosa devono fare le istituzioni per agevolarne un giusto utilizzo? Risponde a questi spunti, riflettendo sulla situazione del territorio, il presidente del consorzio Spiaggia Rimini Network Stefano Mazzotti.

Mazzotti: Europa, spiagge e concessioni. Un lungo dibattito. A che punto siamo e come vedi questa situazione?

“Occorre dire che fino ad oggi abbiamo tutti gestito le spiagge come un bene privato. Dopo tanti anni di gestione di questo tipo, oggi ci troviamo in un momento storico cruciale, agevolato anche dal dibattito che è nato attorno alla questione della direttiva Bolkestein: il momento in cui ci deve essere una presa di coscienza nuova da parte degli imprenditori”.

In che senso?

“Occorre uscire da questa logica che concepisce un bene pubblico come un bene personale, privato, da gestire come fosse proprio e basta. Un completo cambio di mentalità che, mi rendo conto, è molto difficile. Soprattutto se pensiamo a come il sistema è andato avanti fino ad oggi: se per generazioni si è permesso di avere in concessione le spiagge sine die, è logico che tante persone abbiano fondato intere scelte di vita attorno alla possibilità di ottenere una spiaggia in concessione, e un’idea così radicata non è facile da accettare e cambiare. Però occorre farlo: gestire la spiaggia come bene pubblico e non più come privato, apre tantissime opportunità”.

Come?

“Diventa una grande opportunità se tutti quanti sposiamo l’idea di lavorare sul bene pubblico chiedendosi: la mia azienda, nello specifico lo stabilimento balneare, quanto è in grado di generare positivamente per la collettività dal punto di vista sociale, culturale ed economico? Faccio un esempio, per intenderci, legato alla mia esperienza. Nel recente passato ho portato avanti un progetto per l’assunzione di persone con disabilità all’interno degli stabilimenti balneari. Un progetto che mi ha permesso di lavorare a stretto contatto con enti e associazioni che, non conoscendo dall’interno il lavoro di gestione di uno stabilimento, hanno potuto portare idee nuove, progetti innovativi difficilmente concepibili da chi ha portato avanti una spiaggia per tutta la vita sempre, sostanzialmente, allo stesso modo. Ed è questo che può consentire un vero cambio di passo per gli imprenditori balneari: benissimo i bandi di gara, ma se a vincere sono i progetti della spiaggia più bella o più efficiente, non si avrà vero cambiamento. Il salto generazionale si può avere se a vincere sono i progetti che apportano un valore non soltanto all’impresa, ma all’intera comunità, nella forma di lavoro che l’impresa stessa restituisce”.

Come, ad esempio, per quanto riguarda i lavoratori con disabilità cui ha accennato.

“Sì, e non solo. Pensiamo più in generale alle fragilità sociali, come ad esempio le persone in là con gli anni, senza casa e con difficoltà a trovare lavoro. Sono tutti costi per la collettività. Se queste persone fossero inserite in progetti di tirocinio, formazione e attività all’interno di aziende come gli stabilimenti balneari, potranno acquisire tutti gli strumenti necessari per poi, in futuro, inserirsi nel mondo del lavoro e diventare un valore aggiunto per la collettività. E il compito degli imprenditori è questo: accettare la possibilità di incassare un po’ meno ma, in cambio, restituire alla società questo valore aggiunto. Questo, a mio parere, è il vero cambio di passo nel gestire il bene pubblico che possiamo fare: trasformare quello che per la collettività è un costo in risorsa”.

Secondo lei, vista la generale reticenza che c’è da parte dei bagnini, cosa li spaventa maggiormente della gara pubblica? È solo una difficoltà a cambiare una mentalità radicata o non ci si sente all’altezza?

“La questione è che non esistono regole certe. Se un imprenditore balneare investe, anche in modo cospicuo, nella propria attività e poi quella stessa attività gli può essere tolta senza nessun paracadute, allora è ovvia la reticenza. E questa è una situazione che va avanti da otto anni: anni di incertezze cha hanno portato la nostra categoria a vivacchiare, a cercare di salvare il salvabile sapendo che l’anno dopo sarebbe potuto essere l’ultimo. Da una parte, dunque, è giusto che chi non vuole o non può partecipare al cambiamento passi la mano per lasciare il posto a progetti maggiormente proiettati al futuro, ma allo stesso tempo le istituzioni devono partecipare a tutto questo, mettendo questi progetti nella condizione di essere valorizzati”.

Valorizzare al meglio un bene della collettività significa anche guardare al tema dell’ambiente. Qual è la situazione nel territorio da questo punto di vista? Gli stabilimenti riminesi guardano a un futuro “green”?

“È da più di 10 anni che negli stabilimenti di Marina Centro a Rimini sono stati installati dei pannelli fotovoltaici. C’è sempre margine di miglioramento, ma l’attenzione al tema, almeno a Rimini, c’è da tanto tempo. Il punto è che, molto spesso, la maggior parte delle persone non lo sanno. La responsabilità di questo è della nostra categoria, che ha difettato molto nella comunicazione in questo senso negli ultimi anni. Non abbiamo saputo comunicare un’attenzione a un tema che per la gente era importante e che, oggi, è fondamentale in tutto il mondo”.