"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Banche: meno credito e più sofferenze

Il credito, in provincia, continua a vedere rosso. Nel primo semestre 2014 i prestiti alle imprese sono diminuiti del 3% rispetto allo stesso periodo del 2013, secondo gli ultimi dati di Bankitalia. La torta è sempre più piccola e sempre più selettiva, tant’è che al 30 giugno 2014 lo stock di impieghi complessivi al territorio riminese, pari a 11,4 milioni di euro, è inferiore di oltre un milione di euro rispetto a quanto è stato erogato nel 2011.
Un milione di euro scomparsi dalle tasche delle imprese ma anche delle famiglie riminesi. Va però considerato anche l’altro lato della medaglia: l’impennata dei privati e delle aziende che non riescono a sostenere le rate dei prestiti concessi e l’aumento delle sofferenze bancarie, in questa provincia più forte che nel resto della regione e del Paese stando alle cifre di Bankitalia.
Tra il 2011 e il 2014 il numero disoggetti che non sono più in grado di restituire i finanziamenti al sistema bancario, è aumentato di mille unità: da 5.500 affidati in sofferenza si è passati, in tre anni, a 6.500. Con la conseguente perdita secca, per gli istituti di credito attivi sul territorio, di un milione e mezzo di euro.

IL RAPPORTO TRA BANCHE E TERRITORIO È A RISCHIO?

Il mercato del credito dell’Emilia Romagna e anche della provincia di Rimini, negli ultimi anni è stato caratterizzato da due importanti fattori strutturali sensibilmente diversi rispetto al quadro nazionale: da una parte la distribuzione più equilibrata tra grandi banche, banche locali e banche piccole. Dall’altra tassi di sofferenza più contenuti rispetto alle altre regioni a vocazione produttiva.

Questi due elementi ora sono cambiati: la quota di mercato del credito, tradizionalmente più concentrato nel Riminese in banche a forte vocazione locale e/o di piccole dimensioni, si è perso. Prova ne è la riduzione (per concentrazione) del numero di banche e di sportelli sul territorio, scesa dal 2010 al 2014, da 310 a 279. La sensazione – confortata anche dai numeri – è dunque che il mercato del credito si riduca.

In pratica, cosa stanno facendo le banche? Da una parte è in atto un processo di concentrazione sia tra le grandi banche che tra quelle piccole, perché la logica dei mercati finanziari lascia al territorio un compito di raccolta, più che di investimento e impiego. Durante questa lunga e inconclusa crisi economica, le banche hanno impiegato meno verso imprese e famiglie produttrici per privilegiare invece impieghi finanziari collocati o collocabili sui mercati internazionali.
Dall’altra parte, il rapporto banche-territorio sta diventando effettivamente problematico per le imprese, per la delocalizzazione dei processi decisionali e per l’assunzione da parte bancaria di modelli organizzativi che sembrano privilegiare automatismi piuttosto che relazioni.

La torta del credito si è ristretta inesorabilmente: a complicare le cose è l’azione delle normative di vigilanza che ha portato le banche a spostare i loro impieghi verso forme che richiedono meno dotazioni di capitali di vigilanza (capitale che devono detenere le istituzioni finanziarie, serve da supporto alle attività poste in essere ed è una tutela per il rischio assunto) piuttosto che in impieghi verso le imprese.
Il credito all’impresa è certamente più remunerativo per le banche, ma richiede dotazioni di capitale di vigilanza più elevati e in questo momento il capitale di rischio, che non è una risorsa abbondante sul mercato, è particolarmente costoso.

Il credito per la provincia di Rimini vede scomparire tra il 2011 e 2014, più di un milione di euro di prestiti complessivi, secondo i dati di Bankitalia. Lo stock di impieghi al territorio era infatti pari a 12,6 milioni di euro nel 2011, e diminuisce fino a 11,4 milioni nel 2014. La variazioni negative più rilevanti tra 2011 e 2014 si riscontrano tra le grandi banche con una contrazione del 22.6% e tra le piccole con una riduzione del 19,3%. Un calo che è proseguito nel 1° semestre 2014, verso tutti i settori produttivi, sia per i fidi in conto corrente che per il finanziamento degli investimenti.
Per quale motivo? Le cause, secondo le banche, sono due: la debolezza della domanda di finanziamenti da parte delle imprese e politiche di offerta più selettive da parte delle banche. Anche il credito alle famiglie consumatrici si è leggermente contratto, nonostante le nuove erogazioni per l’acquisto di abitazioni siano tornate a espandersi. I tassi di interesse mediamente applicati sui crediti a breve termine sono rimasti pressoché invariati; quelli sui prestiti a medio-lungo termine sono leggermente diminuiti.

UNA PROVINCIA IN FORTE… SOFFERENZA

Il secondo fattore è il livello delle sofferenze bancarie: nell’ultimo triennio, in provincia, si registrano incrementi di molto superiori sia rispetto al quadro regionale che a quello nazionale.
Ciò è certamente legato alla crisi che ha toccato e coinvolto il nostro sistema imprenditoriale locale in maniera molto grave.
Gli indicatori di rischiosità del credito, pur in miglioramento su base regionale, rimangono su livelli decisamente elevati nel Riminese. Il calo dei prestiti alle imprese e alle famiglie è proseguito anche nei mesi estivi. L’indagine della Banca d’Italia presso gli intermediari bancari indica, per la seconda parte del 2014, una modesta espansione della domanda da parte del settore privato a fronte di una sostanziale invarianza delle condizioni di accesso al credito. Ma è un credito in decisa sofferenza.
Dopo il picco dei soggetti affidati del 2007 e la successiva significativa diminuzione, anche per entità del capitale utilizzato, nel 2008, le sofferenze hanno ripreso a crescere in misura molto consistente sia in regione che a livello nazionale: prima in modo parallelo durante il 2009 (+ 43% per l’aggregato utilizzato e fra il 22% e il 24% per numero di clienti affidati), poi in modo maggiormente differenziato con un 2010 molto difficile in Emilia-Romagna (+24,2% nel caso degli affidati, +38,3% per capitale utilizzato) e un 2011 relativamente peggiore in Italia (+22,9% affidati, +37,5% utilizzato).
Al 30 giugno 2013 si toccano valori mai riscontrati in precedenza sia in italia sia in Emilia-Romagna: in regione, il numero dei soggetti segnalati alla centrale dei rischi raggiunge 85.326 casi, crescendo rispetto al 2009 del 75%, e un capitale utilizzato corrispondente pari a 12 miliardi di euro, che dal 2009 è triplicato. La situazione in Italia vede oltre un milione di soggetti in stato d’insolvenza e un capitale utilizzato corrispondente pari a 132 miliardi.
In provincia di Rimini, in quattro anni, le sofferenze sono aumentate di quasi un milione di euro, con tassi di crescita, sull’anno prima, del 32% nel 2014,  del 41% nel 2013 e del 23% nel 2012. La difficile situazione provinciale emerge al confronto con i dati regionali, dove i tassi di crescita delle sofferenze bancarie incrementano  anno dopo anno, ma con valori sensibilmente ridotti di quasi la metà: 16% nel 2014, 22% nel 2013 e 20% nel 2012.
Negli ultimi anni, dunque, c’è stato un graduale e costante peggioramento della qualità del credito, strettamente connesso con il deterioramento del quadro economico reale.
Il numero dei soggetti che non sono più in grado di restituire i finanziamenti al sistema bancario è aumentato di circa mille unità tra 2011 e 2014: si passa infatti dai 5.500 affidati in sofferenza nel 2011 ai 6.500 del 2014.

Quali indicazioni trarre da questi dati? Per le imprese il principale elemento di cambiamento rispetto al passato è che si passa da una gestione finanziaria con una percezione di mercato quasi senza confini, ad una gestione che deve fare i conti con disponibilità di credito ridotte. Le imprese dovranno chiedere alle banche quello che davvero serve e limitare l’assorbimento di risorse finanziarie nella gestione ordinaria.
Le banche, dal canto loro, dovranno selezionare i soggetti e progetti finanziabili valutando sempre più la qualità e la relazione, perché i sistemi di valutazione del credito basati su algoritmi puramente numerici (assegnazione della classe di rating) rischiano di non portare la banca a considera

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