"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Anche per il credito ci vuole “giustizia”

Nell’ambito del tavolo anti-crisi, convocato dal Prefetto di Rimini,  il 26 marzo  si è affrontato  il tema del credito. Un aspetto importante non solo per dare ossigeno alle aziende, ma per restituire speranza al domani. Le banche cioè non hanno solo il gravoso compito di non peggiorare la crisi, fornendo credito a chi ha un progetto sostenibile, ma di essere protagoniste della costruzione di un nuovo futuro.  E’ la loro, per utilizzare una espressione un po’ abusata, responsabilità sociale. Per una ragione molto semplice. Perché è vero che sono imprese private, ma gestendo i risparmi che sono di tutti, non solo degli azionisti, il sostegno allo sviluppo del territorio deve essere la loro missione più importante. Delle banche locali e  di quelle nazionali, che spesso hanno altrove i  loro centri decisionali.

Credito alle imprese e alle persone: spesso si legge sui giornali dei tanti  ostacoli che le banche, magari dopo aver concesso, nel recente passato, crediti facili a clienti amici più che a quelli meritevoli, mettono nella concessione del credito.  Quando non viene espresso, non sempre  motivato, un rifiuto. Ora, premesso che le banche non sono enti di beneficienza, è anche vero però che spesso l’impresa ha la sensazione di essere sottoposta, quando avanza una richiesta, ad un percorso che definire ad ostacoli è  poco. Magari sta pagando il suo mutuo e versando gli interessi, che non di rado si avvicinano o addirittura possono superare il dieci per cento, ciononostante la si sottopone a condizioni che definire vessatorie è poco.  I funzionari si trincerano dietro il rating, un algoritmo che vi attribuisce un voto, che può fare la vostra fortuna o buttarvi giù definitivamente. Ma questi algoritmi, che non dimentichiamolo sono stati all’origine della crisi finanziaria attuale, non sono altro che formula matematiche, ancorché complesse, disegnate  dalle banche stesse, che in quanto tali possono essere modificati. Insomma, non sono l’oracolo divino immodificabile, come spesso si vuole far credere.  Tanto è vero che ai clienti “amici” sono applicati con molta elasticità.  Qui sta allora il primo problema: che una piccola impresa, o chi avesse una idea imprenditoriale da proporre, spesso si trova completamente disarmato rispetto ai tanti dinieghi che riceve e non sa a chi rivolgersi per ottenere “giustizia creditizia”.

Ovviamente non si pretende che le banche finanzino tutto e tutti, bisogna selezionare  e ponderare, ma ci vuole anche capacità di valutazione, motivazione e trasparenza.  Che non sempre ci sono.   Per questo sarebbe opportuno che si aprisse uno sportello, magari nella stessa Prefettura,  dove il soggetto, impresa o singolo, a cui è stato negato un credito o concesso in modalità troppo onerose,  possa rivolgersi per esporre il proprio caso e verificare se ci sia stata  per caso discriminazione,  rifiuto immotivato o abuso. Forse se qualcosa si simile fosse stato presente per la crisi della Carim, i problemi sarebbero venuto fuori prima, e il botto sarebbe stato meno fragoroso e meno costoso per i riminesi.

Finanziare il futuro: tutti i territori, compreso il nostro, devono affrontare il presente, ma contemporaneamente costruire il futuro. Futuro che vuol dire nuove imprese, start up e imprenditorialità, soprattutto giovanile. Ricordiamo che in provincia di Rimini si laureano circa 1.400 giovani l’anno, ma la domanda delle imprese raramente supera le 400 unità. Con la crisi molti di  meno. La forbice  tra offerta e richiesta si allarga sempre di più, siamo gli ultimi in regione, così tanti giovani, i più capaci, stanno emigrando all’estero, con gravi perdite di professionalità.

In questo contesto le banche non devono solo attendere il cliente, ma proporsi come promotrici e sostenitrici della costruzione di nuove imprese innovative e competitive.  In giovani che hanno idee, spesso frutto di ricerche universitarie, da trasformare in progetti imprenditoriali devono poter trovare non ostacoli e diffidenza,  ma canali privilegiati.  Indipendentemente dal patrimonio dei genitori.

Andrebbe istituito un Fondo apposito, magari emettendo obbligazioni finalizzate, esplicitamente dedicato al finanziamento delle nuove imprese di giovani, uomini e donne, promettenti. Questo fondo dovrebbe finanziare a condizioni vantaggiose progetti d’impresa, ma all’occorrenza entrare anche nel capitale delle start up fino a quando non raggiungono dimensioni ottimali per camminare da sole nei mercati nazionali e internazionali. I riminesi sarebbe felicissimi di vedere i loro risparmi impiegati a promuovere  nuova imprenditorialità, lavoro qualificato e sviluppo locale.

Perché a questo territorio non mancano le risorse umane e le idee. Spesso, purtroppo, a parte l’inutile burocrazia e un fisco che chiede prima ancora d’averti dato la possibilità di produrre reddito, manca un contesto, compreso quello finanziario, favorevole.  Ma si può cambiare. E questo è il momento.

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