"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Acqua pubblica conviene ?

di Mirco Paganelli

Acqua pubblica, sì o no? Direte voi, ma non si era già votato? Già. Un referendum sulla ripubblicizzazione del servizio idrico c’è stato, era il 2011 e si trattò di un plebiscito. In provincia di Rimini in particolare, con una delle affluenze alle urne più alte d’Italia, 144.722 persone si espressero a favore dell’abrogazione dell’affidamento dei servizi pubblici locali. E ora? L’Agenzia territoriale dell’Emilia-Romagna per i servizi idrici e i rifiuti (Atersir) di Rimini non ha ancora deciso se passare al pubblico o meno. Sta ancora lavorando allo studio di fattibilità per capire se trasferire la gestione dell’oro blu da Hera ad un ente pubblico sia sostenibile, anche se molti sindaci, sotto lo scacco del Patto di stabilità, sono preoccupati dall’impegno economico che ciò richiederebbe. Per i comuni non si tratta solo di gestire un nuovo servizio, ma anche di ripagare Hera di tutti gli investimenti fatti sulle infrastrutture. La matematica è al vaglio dei contabili, mentre i comitati per l’acqua pubblica infuriano fuori dai palazzi: “Rispettate la volontà popolare! Basta profitti sull’acqua!”.

IN ALTRE PROVINCE D’ITALIA IL DIBATTITO E’ PIU’ AVANTI

Assessore Tutino, i comuni di Reggio-Emilia si possono permettere la gestione in-house?C’è chi ha rivoluzionato il servizio anni addietro tenendo alla larga i privati, chi ci sta lavorando ed è vicino alla meta, come Reggio-Emilia. Mirko Tutino, assessore all’Ambiente del comune emiliano ha fatto il punto della situazione con TRE; non mancano consigli e fonti di ispirazione per i colleghi riminesi. Il loro Atersir ha già riconosciuto la fattibilità della soluzione in-house (gestione ad opera dei comuni). Si attendono le verifiche della società delle reti idriche e si sta completando il piano industriale. Entro l’autunno si deciderà: o si fa il passaggio o salta tutto. “Ma a questo punto dubito sorgano obiezioni da parte dei sindaci”, dice fiducioso l’amministratore.

“Gli introiti derivanti dalle bollette bastano a coprire tutte le spese di gestione del servizio e di mantenimento delle infrastrutture. Per il riscatto di quelle realizzate dal gestore privato (Iren) basta equilibrare le tariffe tra i comuni senza bisogno di ricorrere a indebitamenti. La tariffa è oggi di 2,25 euro per metro cubo d’acqua e non prevediamo incrementi”.

Sarà possibile abbassarle col nuovo soggetto pubblico?
“No, perché significherebbe ridurre gli investimenti. Quello che posso dire con certezza è che se si continuasse a percorre la ‘via privata’ si verificherebbe inevitabilmente un incremento delle tariffe. Una società quotata, infatti, risponde ad azionisti ed è chiamata dal mercato a fare profitto e quindi ad aumentare le tariffe. Noi abbiamo deciso di non applicare forme di utile”.

Quali altri vantaggi dalla ripubblicizzazione?
“Il controllo sugli investimenti (dove si fanno, in quale quantità) e la loro vicinanza al territorio. La capacità degli utenti di incidere sulla governance (pensiamo ad uno statuto che coinvolga associazioni di consumatori e comitati per l’acqua). Le verifiche sui costi operativi i quali non saranno più sottoposti alla logica delle società quotate; i loro costi infatti sono distribuiti in tanti gruppi che non permettono di capire la loro effettiva incidenza sulle bollette. Ad esempio se una società si occupa sia di energia che di acqua è difficile entrare nel merito delle loro spese. Non esiste un organo di controllo in grado di scorporarle”.

L’ultima conferenza dei sindaci riminesi ha messo in evidenza dei contrasti. È stato lo stesso a Reggio-Emilia?
“Già da anni abbiamo un modello di gestione economica fortemente integrato tra il capoluogo e le altre città. L’unica difficoltà è stata quella di reperire i dati scorporati da Iren. Ora che ci si avvia alla conclusione, i comuni stanno facendo ciascuno le proprie valutazioni in base alle condizioni economiche individuali. C’è chi nega ogni possibilità di indebitarsi e chi si dice disposto a mettere in gioco le proprie azioni di Iren. Lo statuto del nuovo soggetto pubblico dovrà ipotizzare delle geometrie variabili che consentano ai comuni appena usciti da un dissesto di non incidere sulla popolazione. È chiaro che il ruolo determinante lo gioca il comune capoluogo che deterrà più del 50% delle quote e la titolarità vera e propria del processo politico”.

Il presidente di Atersir-Rimini, Stefano Giannini, ha detto al Ponte “Il quadro economico è cambiato dal 2011. Ora siamo soggetti al Fiscal compact e ci sono tanti altri settori più bisognosi di investimenti rispetto a quello dell’acqua”. Cosa ne pensa?
“In termini di servizio idrico integrato il quadro è molto migliorato dai tempi del referendum. Oggi c’è una regolazione tariffaria più definita che non è più soggetta alla discrezionalità degli amministratori locali e che corrisponde per le banche ad una garanzia di attendibilità del soggetto. L’authority nazionale sta facendo ispezioni molto rigorose”.

A quali altre realtà vi siete ispirati?
“A tutto il Nord-Est (in particolare Gorizia) che ha realtà pubbliche di rilievo provinciale e di dimensioni industriali sufficienti che hanno dimostrato di poter metter in piedi una società pubblica efficiente in grado di gestire il servizio idrico. La nostra particolarità sarà quella di passare da una società quotata ad una pubblica e in questo siamo forse gli unici in Italia”.

Quali conti dovrebbe farsi in tasca la provincia di Rimini?
“Sono tre i dati da tenere sotto controllo per chiunque valuti un processo di ripubblicizzazione. Gli incassi derivanti dalle bollette (che per Reggio-Emilia sono 1,7 miliardi di euro in 25 anni di concessione). Gli investimenti (18-20 milioni in 25 anni). Il riscatto delle infrastrutture (120 milioni). Per cui il bilancio da noi si può dire sostenibile. In più vanno tenute conto le variabili ambientali: noi abbiamo un livello di depurazione molto buono, un livello di perdite d’acqua molto ridotto e un approvvigionamento idrico che non dipende da altri territori. Bisogna vedere come è messa Rimini dal punto di vista ambientale”.

DALL’EMILIA AL FRIULI

Assessore Del Sordi, come mai molte province d’Italia vi prendono a modello?
“Penso sia per il principio che abbiamo adottato di non legare a logiche di mercato un bene di tutti come l’acqua. Quando parliamo di acqua non ci riferiamo solo al liquido, ma anche a milioni di euro di immobili, di condutture, e non abbiamo voluto disperdere questo patrimonio dandolo in dotazione ai privati come avveniva un tempo quando anche da noi erano in mano a realtà di multiservizi”.

Su quali finanze si basano i vostri investimenti?
“Abbiamo un piano finanziario di opere (che riguarda anche la depurazione) stabilito dall’assemblea dei sindaci,  che di anno in anno decidono dove e quanto investire. Un piano che molti anni fa funzionò grazie ad una grossa banca estera che lo aveva valutato e giudicato come molto attendibile e sicuro”.

E adesso?
“Le opere vengono finanziate interamente dalle bollette. E anche se negli ultimi anni il consumo di acqua è diminuito, vuoi per la crisi, vuoi per una maggiore attenzione verso gli sprechi, comportando mancati introiti per centinaia di migliaia di euro, siamo comunque riusciti a reperire fondi lavorando sulle altre voci di spesa senza ricorrere all’indebitamento”.

E riuscite comunque a mantenere tariffe contenute?
“Il costo dell’acqua viene stabilito annualmente da una delibera e la tariffa varia a seconda della categoria (domestica o non) e della fascia di reddito. Comunque si aggira attorno a 1 euro al metro cubo, e ogni anno si stabilisce di quale percentuale aumentarla, in genere dal 2 al 4%. La realtà isontina non ha grandi problematiche di approvvigionamento idrico, anche se stiamo comprando acqua da una vecchia sorgente slovena storicamente utilizzata dalla nostra città nel rispetto di un trattato di pace che prevede un acquisto minimo di quel bene”.

Quali sono i nodi più ostici nella vostra gestione?
“Non siamo riusciti a ricorrere ad un unico piano delle opere che contemplasse le esigenze di tutti i comuni della provincia. Per questo, in base a degli accordi, ogni comune inserisce in un piano triennale quelle che ritiene essere le opere di primarie importanza e quelle secondarie. Redigere tale piano è il passo più difficoltoso”.

Quale ispirazione potreste rappresentare per Rimini?
“La nostra esperienza è coraggiosa e necessaria. Non si può pensare che l’acqua rimanga in mano a società che hanno come obiettivo finale l’utile. Per cui consiglio ai comuni di Rimini di tenere duro e di perseguire la strada del pubblico, magari ispirandosi a noi che non siamo il nord America: se c’è riuscita Gorizia possono farlo tutti. L’obiettivo è etico oltre che economico, il risultato è per tutta la comunità. La cittadinanza apprezza questo tipo di scelte e l’opinione pubblica è decisamente convinta che l’acqua sia un bene che va tutelato sino alla fine”.

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