"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

giugno: 2018
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Abbiamo bisogno di tecnici e filosofi

Lo spread, questo termine inglese che sta per differenza tra i tassi  di rendimento (che poi vuol dire fiducia) dei titoli pubblici italiani e tedeschi, starà pure diminuendo, fatto sen’altro positivo, ma è inutile negare che un altro spread sta peggiorando pericolosamente, ed è quello sociale, fatto di nuove povertà, mancanza di lavoro, bassi salari, tasse e prezzi in aumento.  Fino a questo momento, tanto era il discredito del Governo precedente, gli italiani hanno accettato, seppure a malincuore, i maggiori  oneri, nella prospettiva però che questo servisse ad un miglioramento, non miracoloso, ma almeno percepibile della situazione economica.

Questa attesa e questa speranza vale per tutti, ma in modo particolare per le giovani generazioni, un segmento della popolazione che dovrebbe essere alla base della costruzione del futuro ma che demograficamente diventa sempre più esiguo, e lo sarebbero ancora di più  se non ci fossero tanti giovani immigrati e figli di immigrati a dare manforte.  Come Paese abbiamo la percentuale di giovani laureati (uno su cinque) più bassa d’Europa, eppure gli ultimi rapporti ci parlano di fuga dall’Università e di record negativo di iscritti. Non si può negare che la precarietà e la mancanza di lavoro, che colpisce in particolare i giovani, stanno influenzando pesantemente queste scelte.

Ma sono gli stessi studi a dirci che studiare, formarsi e prepararsi alla lunga paga, in termini di maggiori opportunità e anche di salari più alti. Quindi sbaglierebbe chi pensasse che senza preparazione la sua situazione personale sarebbe migliore. Non è vero, perché senza una buona formazione presto si troverebbe a competere con lavoratori, anche di altri paesi, che possono fare lo stesso lavoro a costi molto più bassi. Questo è più difficile che capiti se si è in possesso di una buona professionalità.

Molti imprenditori lamentano la troppa presenza, nelle nostre università, di studenti in facoltà umanistiche, rispetto a quelli che si iscrivono nelle facoltà tecnico-scientifiche.  Qualcuno ha scritto, facendo il paragone con Singapore, una città-Stato dove l’unica risorsa è quella umana e i laureati in ingegneria sarebbero il doppio che in Italia, che ci vogliono più ingegneri e meno filosofi.

Senza negare che qualche studente, magari donna, in facoltà scientifiche sarebbe utile,  poi ci vogliono però le aziende in grado di valorizzarli, cioè assumerli. Perché è bene ricordare che gli imprenditori nazionali, con le dovute eccezioni ovviamente,  sono tra quelli che investono meno in ricerca e innovazione. Ma stiamo attenti a non sopravvalutare la tecnica, confondendo il fine con il mezzo.

Nel marzo del2001, inoccasione della presentazione dell’iPad 2  Steve Jobs, il fondatore della Apple di recente scomparso,  fa scorrere sullo schermo due diapositive  che disegnano due vie che si incontrano: la via delle scienze umanistiche e quella della tecnologia. A significare che per creare qualcosa di veramente nuovo e unico, hardware e software, design e innovazione, creatività e semplicità, prodotto e custodia, visione e concretezza, devono integrarsi e procedere  insieme. E non si può dire che non abbia inventato prodotti che hanno cambiato il mondo.  Jeff Bezoz, fondatore e capo di Amazon, società di vendita on line, ha scritto “una impresa di successo è quella che si rende disponibile ad esplorare territori non ancora tracciati”. Per fare questo non basta la tecnica, ci vuole una visione della società del domani.

 

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