"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

febbraio: 2019
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2008-2018: la Romagna a dieci anni dalla crisi

Festeggiare un decennale infausto forse non è il caso, ma fare il punto sugli esiti, a dieci anni da una caduta planetaria,  non solo è utile, ma necessario.  Purtroppo l’economia italiana è l’unica, in Europa, insieme alla Grecia, a non essere ancora tornata sui livelli di dieci anni fa.  Il Pil, infatti, è ancora sotto di cinque punti. E quello pro capite addirittura è sotto il livello raggiunto alla data (2002) dell’introduzione dell’euro, mentre è cresciuto, tra gli altri, in Francia, Germania e Spagna (dove, pure, la crisi ha colpito forte).

La ricchezza netta media delle famiglie che si assestava intorno ai 258 mila euro nel 2010, è scesa a  206 mila euro nel 2016, con un calo di più del 20 per cento.

Principale imputato del mancato recupero dell’economia italiana è la produttività, che ricordiamo  dipende dagli investimenti e dalla qualità del lavoro, bloccata da almeno un ventennio.  Ma non negli altri paesi sviluppati dove, al contrario, è continuata a migliorare..

La Romagna e le sue province non sono un’isola ed inevitabilmente risentono del clima nazionale e di una ripresa che continua ad essere la più debole d’Europa.

L’invecchiamento della popolazione

Siccome, quando le cose non vanno bene la popolazione è la prima a risentirne, perché manca lavoro, le opportunità si rarefanno e il disagio aumenta,  partiamo da qui.

Nel 2010, con la crisi che inizia a manifestarsi,  la provincia di Rimini contava 307 mila abitanti e quella di Forlì-Cesena 395 mila.   A fine 2017 la prima è salita a 337 mila, registrando quindi un incremento di circa il 10 per cento, la seconda è invece scesa a 394 mila, con una piccola perdita.

Il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, che nel 2010, dopo un lungo periodo di segno negativo era tornato positivo per qualche centinaio di unità a Rimini, mentre segnava già negativo per Forlì-Cesena, sette anni dopo, nel 2017, registra un segno meno per entrambi.

Se la popolazione è aumentata a Rimini, ed  è leggermente scesa a Forlì-Cesena, il merito  va quindi all’immigrazione, interna ed estera.  Non invasione, ma una presenza importante. Attualmente gli stranieri residenti nelle province della Romagna non arrivano all’11 per cento della popolazione,  e sono solo un punto percentuale in più dal 2010.  Perché la crisi ha frenato anche i flussi migratori.

Ma nel cambiamento demografico in corso c’è un dato, volendo guardare al futuro,  che deve cominciare a preoccupare: la popolazione ultra 65enne, che in teoria non dovrebbe più fare parte della forza lavoro, è dieci punti percentuali sopra quella con meno di 14 anni, che dovrebbe sostituirla.  Non manca molto che un residente romagnolo su quattro avrà superato 65 anni, mentre la presenza giovanile si assottiglia progressivamente  e tra breve non rappresenterà appena un decimo dei residenti (erano il 20 per cento negli anni settanta del secolo scorso).

E’ vero che gli anziani portano esperienza e competenza, ma di fronte ai cambiamenti tecnologici in corso, senza una adeguata presenza di giovani  preparati e aperti al cambiamento, affrontare le prossime sfide diverrà più complicato.

Imprese e imprenditorialità in calo

Già si vedono le prime conseguenze. Le imprese  aperte da giovani con meno di 35 anni sono in calo dappertutto:  nel periodo 2011- 2017 sono scese da 3,7 mila a 2,7 mila in provincia di Rimini, da 3,9 mila a 2,5 mila a Forlì-Cesena, da 3,7 mila a 2,5 mila a Ravenna.

Una perdita che non ha fatto bene  al tessuto imprenditoriale locale, come confermano i dati sulla numerosità della imprese  attive diminuita, dal 2010 a fine 2018, da 35,7  a 34,3 mila a Rimini, da 40,5 a 36,9 mila a Forlì-Cesena e da 37,8 a 34,8 mila a Ravenna. Per la Romagna si tratta della perdita netta di 7,5 mila imprese. Se solo avessero dato lavoro a due persone, ipotesi minima, si tratterebbe della perdita di quindici mila posti. Probabilmente sono di più.

Non è un fenomeno isolato, perché lo stesso è avvenuto in Emilia Romagna, ma non per questo può essere considerato un indicatore di salute dell’economia.

In compenso può essere relativamente consolante scoprire che nella classifica nazionale delle province per numero di  imprese registrate in rapporto agli abitanti, testimonianza di una certa vitalità imprenditoriale,  Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna figurano nella prima metà della graduatoria, rispettivamente al 9°, 38° e 55° posto.

Il numero delle imprese è importante, ma lo è ancora di più il valore che producono. Questo dipende in misura fondamentale dalla qualità e dalla competitività dei prodotti e dei servizi immessi sul mercato.  Non è un caso se a reggere meglio la crisi sono state le imprese esportatrici, più propense ad innovare, ma che purtroppo sono una minoranza, in un territorio dove oltre nove imprese su dieci sono micro imprese, cioè non arrivano a dieci dipendenti.

La produzione di ricchezza: la Romagna perde quota

Nel 2010 le tre province della Romagna producevano  un valore aggiunto a prezzi correnti pari a circa 30 miliardi di euro, poco meno di un quarto del totale regionale.  Nel 2017 lo stesso valore aggiunto è salito a 31,4 miliardi, ma questa volta copre due punti in meno, esattamente il 22,3 per cento, della produzione di ricchezza regionale.  Vuol dire che in  Romagna la ripresa è stata più lenta del resto della regione.  Anzi, se  il valore aggiunto di Rimini e Ravenna, anche se poco, è aumentato, quello di Forlì-Cesena ha perso pure qualcosa.

In ogni caso, l’aumento di valore è stato così minimale che se togliessimo l’inflazione, che gonfia un po’ le cifre, l’economia romagnola, al pari di quella nazionale, raggiungerebbe a stento i valori  pre crisi.

Una economia che non cresce si traduce in un valore aggiunto pro capite necessariamente stagnante, che per le famiglie vuol dire stessa, a volte anche meno, disponibilità di denaro. Infatti, il valore aggiunto per residente, dal 2010 al 2017, è cresciuto dell’8 per cento a Rimini, del 7 per cento a Forlì-Cesena e dell’11 per cento a Ravenna. Ma tolta, anche qui, l’inflazione  di aumento reale rimane poco.  Ciò spiega anche la riluttanza a consumare. Perché non si può spendere reddito che non entra.

Infine, una osservazione che dovrebbe far riflettere:  il valore aggiunto pro capite delle province emiliane è largamente superiore a quello delle cugine romagnole, ed a caduta anche i salari.

Il lavoro

Per ultimo, ma non meno importante, il lavoro. Nelle tre province romagnole, dal 2010 al 2017, gli occupati sono passati da 482 mila a 475 mila, con una perdita di 7 mila unità.   In verità a regredire  sono soprattutto Forlì-Cesena e Ravenna, mentre Rimini guadagna, nello stesso arco temporale, 4 mila addetti, anche se spesso stagionali.

Con meno lavoro aumentano i disoccupati, che infatti salgono, in Romagna, da 33 a 42 mila. A cui vanno aggiunti i numerosi Neet, quelli che scoraggiati non studiano e non cercano un lavoro.

In sintesi, la crisi innescata nel 2008 non è ancora superata e va affrontata da una società locale che invecchia.  Da qui bisogna ripartire.

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